Pubblicato da: rainbowman56 | 17 aprile 2014

La suora di regime (ma poi non venite a lamentarvi)

Originally posted on Elfobruno:

un momento laico a The Voice

Non è per fare sempre l’anticlericale – che in Italia significa, né più né meno, avere a cuore la democrazia – ma questo entusiasmo collettivo e generalizzato per la suora di turno vi rende degni e degne di tutto quello che la chiesa sta facendo a questo paese. E sì, sto parlando di suor Cristina a The Voice.

Perché il pubblico che si alza inneggiante dopo le prime sette notte – per un’interpretazione che poi si rivelerà pure accettabile, ma ora ditemi che ha cambiato il panorama musicale mondiale o i vostri ultimi destini – denuncia la nostra solita e provincialotta sudditanza culturale e fa regredire, ancora una volta, la società italiana in gregge, concetto molto caro in Vaticano. Basterà che la prima delle pecore si getti nel burrone che tutto il resto le andrà dietro.

Le lacrime di J-Ax, poi – uno che è diventato famoso per un cantico all’istituto della marijuana, per non…

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Pubblicato da: rainbowman56 | 14 aprile 2014

UNDERWEAR: A COLLECTION WITH BELAMI HOT GUYS

Originally posted on the gay side of life:

ES Collection is a Spanish brand of clothes, maily underwears, swimwears and sportwears.

ES Collection and Addicted are the brands of a company of Barcelona (Spain) specialized in wholesales of synthetic materials. The comapny exists since 1958.

The collections of ES and Addicted are more and more seen on the net and specially the pictures of the campaigns are frequently blogged on gay friendly websites. The reason behind that is an obvious parti-pris of the designers as well as the artistic director to promote sexy and homoerotic collection. The male models casted for the shooting are definitevely hot and masculine in a way to attract a gay audience. The sexy look and the attitude of the models when together is also very gay friendly.

Here is a selection of pictures from a recent campaign casting models from BelAmi, you probaly know the website BelAmi which is one of the most…

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Pubblicato da: rainbowman56 | 14 aprile 2014

Chris Bunn Photographed by Brent Chua

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Chris Bunn Photographed by Brent Chua 1 Chris Bunn Photographed by Brent Chua 2 Chris Bunn Photographed by Brent Chua 3 Chris Bunn Photographed by Brent Chua 4 Chris Bunn Photographed by Brent Chua 5 Chris Bunn Photographed by Brent Chua 6

Brooklyn based Model Chris Bunn getting his portfolio updated by Photographer Brent Chua, in a divine outdoors session.

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La risposta è semplice: la vita e la famiglia come deve essere secondo loro, e secondo le loro ristrette idee. Una famiglia rigorosamente eterosessuale dove la donna sia sottomessa al marito e pensi soprattutto a far figli; altra famiglia non può esistere secondo loro, le coppie omosessuali non parliamone, sono “innaturali”!La realtà delle famiglie umaner, etero ed omosessuali, è negata dai falsi difensori della “Famiglia”! Bisognerebbe cominciare a ignorare loro, e le loro ingerenze nella legislazione italiana. Aberrazioni come  il divieto di diagnosi preimpianto nella famigerata Legge 40 si devono a questi signori. Sono per la vita, ma quale vita? Non delle persone vive e coscienti, ma di embrioni, non importa se indifferenziati e portatori di difetti genetici che farebbero nascere un infelice destinato a morire dopo pochi anni fra atroci sofferenze. Ma una volta che sei nato, ai difensori della Vita Incosciente non interessi più. Dei genitori che vorrebbero avere un figlio/a sano/a e del bambino che nasce a loro non importa nulla. Come non gli importa mulla dei ragazzi gay che si suicidano per colpa dei disumani pregiudizi della chiesa cattolica col suo nefasro concetto di “peccato”. Per questi difensori non della vita ma della tortura, una donna violentata avrebbe “il dovere” di proseguire la gravidanza. Una persona costretta a vivere i suoi ultimi giorni attaccata a una macchina non può  decidere di porre fine alle proprie sofferenze. Ma se una persona va in coma irreversibile o in stato vegetativo permanente, gli sciacalli difensori della “vita” si affollano attorno al corpo immoto per difendere i suoi diritti! Ma che vita e che famiglia difendono questi avvoltoi indifferenti alla sofferenza umana? Perchè non dicono chiaramente di essere servi della loro ideologia mortifera?

Pubblicato da: rainbowman56 | 12 aprile 2014

Eterologa? Bergoglio sussurra il suo no alle famiglie gay

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Bergoglio tuona contro l’eterologa

Sull’importanza della caduta del divieto alla fecondazione eterologa ho già scritto e non mi ripeterò.

Faccio notare, a commento di quanto già detto, due ulteriori aspetti.

Innanzi tutto, arriva allarmata la reazione vaticana. Bergoglio e la sua corte non si capacitano, con ogni evidenza, del fatto che l’Italia possa avere organi giuridici capaci di decidere autonomamente al di là delle ristrette – e disumane – categorie del peccato. E allora il “simpatico papa Francesco” tuona, ma sempre a modo suo, con quel fare soft e l’accento alla Diego Armando Maradona, che rassicura, ok, ma fa passare aberrazioni come queste: «Ferma opposizione a ogni diretto attentato alla vita, specialmente innocente e indifesa. Il nascituro nel seno materno è l’innocente per antonomasia.»

Peccato che nessuno attenti alla vita di nessun altro e, semmai, si permette a nuova vita di venire alla luce. O Bergoglio preferirebbe che alcuni bambini…

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Io e Giuseppe sposati dopo 27 anni
Storia di una coppia e di una vita normali

 http://27esimaora.corriere.it/articolo/io-e-giuseppe-sposati-dopo-27-annistoria-di-una-coppia-e-di-una-vita-normali/

Una storia normale: mi piace pensare che quella mia e di Giuseppe sia prima di tutto questo. Capisco che per qualcuno non sia facile accettarlo, ma giuro che è proprio così, da ventisette anni. Da quando, a Firenze ci siamo incontrati per strada (in via Maggio, alle dieci del mattino, doveva essere la fine di febbraio) davanti al negozio di un comune amico antiquario («io che sto sempre sulla porta, non me ne sono accorto»).

Uno sguardo, un saluto: «Pensavo che fossi americano» mi avrebbe poi confessato e invece venivo da Fiesole. Poi l’invito a accompagnarlo su un cantiere: invito accettato senza tentennamenti, sarà stata la mia passione per l’architettura. Certo la testata contro lo stipite della porta, in quella casa in costruzione, avrebbe dovuto mettermi in allarme, così almeno dicevano gli amici (invece era solo la mia innata goffaggine), ma così non è stato: dopo il cantiere, la trattoria e infine l’invito a raggiungerlo a Milano nel fine settimana. Detto fatto. E tutto è cominciato.

Normale, dunque, ma non certo facile. Ognuno di noi ha portato in questa storia un passato complesso. Giuseppe dopo la laurea in architettura si era stabilito a Chicago, già lavorava e insegnava, ma la morte del fratello l’aveva riportato a Grosseto, a occuparsi dell’azienda di famiglia: Firenze era in fondo solo una tappa, l’inizio della sua carriera accademica come assistente di Giovanni Klaus Koenig (poi sarebbe venuto il Politecnico di Milano), l’apertura del primo studio. Io stavo cercando ancora la mia strada mentre mia madre continuava a ripetermi «per me giornalista o giornalaio sono la stessa cosa».

Più volte ci siamo detti: siamo stati fortunati, erano gli anni della promiscuità, quelli che avrebbero anticipato il triste momento dell’Aids. Invece sono stati gli anni della stabilità, inseguita a tutti i costi: una casa da dividere e due mondi lavorativi per fortuna lontanissimi, l’architetto con il suo studio e io che finalmente ero stato ammesso alla Scuola di giornalismo della Luiss (due anni, cinque giorni su sette, in treno da Firenze a Roma e ritorno, per non perdere un giorno di corso). A fare da collante ci sono stati (fin da allora) gli amici. Sono loro, i milanesi come i grossetani, i veneziani, i genovesi che in qualche modo ci hanno insegnato il valore della (nostra) normalità: Alessandro, Paolo, Piccia, Sandro, Titta, Nicoletta come Stefano, Andrea, Giuliana, Stefano, Roberta, Sergio come Cristina, Gianni, Stefania, Piero, Antonio, Marco. Nessuno ci ha mai chiesto conto della nostra storia, per loro siamo stati sempre Giuseppe e Stefano (o viceversa dipende dalla confidenza) facendoci diventare parte di un universo fatto anche di matrimoni, di battesimi (i loro figli sono un po’ tutti nostri nipoti, da Bianca la figlia di mio fratello Luigi ad Andrea, Virginia, Caterina e Maria Giulia fino ai suoi assistenti di studio), di vacanze condivise.

Come in tutte le storie, tante cose ci dividono: io amo la tv, Giuseppe l’opera; io non so cucinare, Giuseppe spadella in continuazione; io amo il dolce, Giuseppe il salato. E anche il nostro reciproco lavoro continua a tenerci per fortuna distanti. Due mondi separati che nel 2012, Giuseppe mi ha chiesto a freddo di riunire (guarda caso eravamo ancora una volta a Firenze) con questo «matrimonio» (che metto tra virgolette per rispetto di chi non la pensa come me). Ho detto di sì subito, senza pensare. Perché era giusto, come credo che sia giusto che ogni coppia (etero, gay o altro che sia) abbia il diritto di condividere in pieno il proprio destino.

Come hanno detto subito di sì i trenta amici che ci hanno seguito a New York per la cerimonia: è stato «normalmente» bellissimo (c’era persino la statuina degli sposi, in versione riveduta e corretta, in cima alla torta) con repliche a Milano e in Maremma. Certo che l’ordinanza di Grosseto (grazie prima di tutto al nostro avvocato Claudio Boccini) sta sconvolgendo la nostra normalità: ne siamo felici (ieri il sindaco di Grosseto ha ordinato la registrazione dell’atto) ma ora vorremmo davvero un po’ di calma (c’è tempo per i ricorsi, noi siamo pronti a dare battaglia). Se penso però che, qualche anno fa, dopo un incidente stradale non mi hanno permesso di assistere Giuseppe perché «non facevo parte della sua famiglia», quella calma e quella normalità sono disposto a perderle. Da subito.

Commovente e nobile risposta agli schiamazzi delle cornacchie della CEI, i senza famiglia che pretendono di essere solo loroa decidere cosa è una famiglia!

Chi nega ad altri qualcosa che per se stessi è un diritto è un essere spregevole

 
 
 
 
 
 
 

Cade finalmente l’ultimo pezzo di una delle più indegne leggi della storia repubblicana, la legge 40 del 2004, voluta da un governo liberale solo a parole (anzi, liberale solo quando si è trattato di decidere per le proprie vite): il divieto di fecondazione eterologa, insensato e feroce. Quello che ha impedito finora a alle coppie di ricorrere alla più innocente delle pratiche, utilizzare la donazione del seme di un altro, proprio come si riceve un organo da un donatore quando questo manca o è malato.

Ma la sciagurata legge sulla fecondazione assistita, oggi completamente svuotata dalle sentenze, prevedeva altri aspetti di inaudita violenza, proprio contro quella vita che in teoria si voleva difendere: il divieto di diagnosi preimpianto, anzitutto, una tecnica utilizzata ovunque e grazie alla quale i genitori portatori di malattie genetiche – spesso con storie strazianti di figli malati e morti sotto il loro occhi – possono invece avere figli sani. Non biondi e belli, solo non destinati a morte prematura. La contraddizione massima di questo divieto, anch’esso fortunatamente smontato grazie alle sentenze prima dei tribunali locali, poi della Consulta, stava nel fatto che lo stesso Stato, che ti impediva di impiantare un embrione malato, consentiva poi di farlo crescere nella pancia per poi praticare un aborto terapeutico fino al quinto mese. Una norma in vistosa opposizione con la 194 e terrificante nelle conseguenze sulla madri, costrette ad abortire dopo, ma impossibilitate a scegliere prima.

E poi, ancora: l’obbligo di impiantare un massimo di tre embrioni sui corpi delle donne, a forza e in un unico impianto, per sfuggire a quella crionservazione degli embrioni impossibile da evitare (e ai cui problemi etici si deve rispondere altrimenti). Questo ha significato per molte donne, prima che la Corte Costituzionale lo bocciasse, percorsi di fecondazione da un lato più fallimentari, dall’altro molto più dolorosi, con il risultato di aumentare, tra l’altro, quelle gravidanze plurigemellari in uno Stato “etico” che ti costringe ad avere figli per poi abbandonarti nel momento dell’assistenza e dell’aiuto.

L’esito di una legge definita “a tutela del concepito” è stato solo questo: un aumento esponenziale, in questi dieci anni, del turismo procreativo, vera vergogna di uno Stato di diritto. Oltre alle centinaia di storie individuali di coppie e famiglie le cui vite già, in difficoltà a causa di una diagnosi di sterilità, sono state ulteriormente martoriate da norme che lo stesso mondo medico ha dichiarato sbagliate oltre che impossibili da applicare (la legge prevedeva tra l’altro pesantissime pene pecuniarie per i “colpevoli” che volessero aiutare le donne nel grave reato di restare incinte).

Ma forse la cosa peggiore che ci è toccata subire in questi anni è stato il silenzio della politica, con l’eccezione dei radicali, promotori di un referendum, che si è svolto nel 2005, che purtroppo ha visto la partecipazione di solo un quarto dei votanti (a causa, anche dell’intervento a gamba tesa della Chiesa cattolica). Il silenzio non tanto di quelli che la legge l’hanno votata, ma dei successivi governi che hanno continuato a tacere, come se l’emergenza dei corpi non fosse altrettanto grave di quella economica.

Il gesto peggiore di tutti, pratico e simbolico, l’ha fatto il governo Monti che ha chiesto, giusto prima di andare a casa, il riesame della sentenza della Corte Europea dei diritti umani, che aveva bocciato la legge proprio sul tema della diagnosi preimpianto. Il motivo resta ancora ignoto, e anzi sarebbe forse il caso che l’ex premier un giorno ce lo raccontasse, perché l’unica motivazione appare quella di rendere la vita degli uomini e delle donne ancora più difficoltosa, in tempi di crisi e di scarsità di risorse. Altrettanto misteriosa resta l’attuale posizione del partito democratico guidato dal cattolico Renzi sui temi, cruciali, della bioetica. Aspettiamo di sapere, mentre quest’ultima sentenza della Consulta conferma una triste realtà dell’Italia. Il paese dove le leggi sono contro gli individui, e per ottenere verità e giustizia bisogna ricorrere per forza a un tribunale.

 
 
 
 
 
 
 

Oggi, l’Italia della civiltà e dei diritti è un po’ più vicina all’Europa. L’ultima grande ingiustizia in merito alla Legge 40, il divieto di fecondazione eterologa, è finalmente stata abbattuta. La norma (articoli 4, comma 3, 9, commi 1 e 3 e 12, comma 1), che in caso di infertilità assoluta stabiliva il divieto di ricorrere a un donatore esterno alla coppia, donatore di gameti o spermatozoi, è stata giudicata dalla Corte Costituzionale illegittima. Sarà quindi lecita l’ovodonazione, mentre qualsiasi uomo fertile potrà donare il proprio seme.

Fin dalla sua promulgazione nel febbraio del 2004, la legge che si proponeva di risolvere i problemi difecondazione assistita delle coppie italiane ha avuto invero un percorso abbastanza travagliato:ben 29 interventi dei Tribunali hanno dovuto via via ristabilire diritti quali: legittimità della indagine genetica pre-impianto, libertà di accesso delle coppie fertili ma portatrici di patologie genetiche trasmissibili, crioconservazione degli embrioni sovrannumeri, numero di embrioni producibili, obbligo di contemporaneo impianto e tutela della salute della donna.

Quali norme restano in vigore della Legge 40? Il divieto di accesso alle tecniche di fecondazione assistita per i single e le coppie dello stesso sesso. E il divieto di utilizzo degli embrioni per la ricerca scientifica e revoca del consenso, che riguarda personalmente l’autrice di questo articolo, Adele Parrillo. Cinque embrioni crioconservati in una clinica di Roma un anno prima dell’entrata in vigore della Legge 40 e di cui la legittima proprietaria non può disporre. Su questa disponibilità a poter donare gli embrioni alla ricerca scientifica dovrà pronunciarsi la Grand Chambre della Corte europea per i diritti dell’uomo il prossimo 18 giugno.

Pubblicato da: rainbowman56 | 9 aprile 2014

E l’omofobo andò a piagnucolare da Severgnini

http://italians.corriere.it/2014/04/09/idee-tradizionali-sul-matrimonio-gay-sei-discriminato/

Idee tradizionali sul “matrimonio gay”? Sei discriminato

Caro Beppe, Brendan Eich, co-fondatore di Mozilla che ha prodotto il web browser (mi scuso per il troppo inglese, ma faccio fatica a trovare il corrispettivo in italiano) gratuito Firefox – che uso e preferisco ad Explorer o Safari o Chrome – e’ stato costretto alle dimissioni. Cosa ha fatto di grave? Ha donato $1000 dollari, sei anni fa, ad una associazione che aveva promosso il referendum detto “Proposition 8″, che emendava la costituzione dello stato della California, definendo il matrimonio come una istituzione riservata ad un uomo ed una donna; la proposta fu approvata, ma poi annullata per via giudiziaria. Consideriamo quanto successo a Barilla; le reazioni violente contro la Manif Pour Tous in Francia; le reazioni violente del movimento LGBTQQY (versione corrente dell’acronimo che descrive le sterminate varieta’ di preferenze sessuali qui in America, ma Facebook offre 51 alternative, percio’ non sono sicuro) contro genitori e studenti che a Colonia si opponevano alla “riforma” dei contenuti dell’insegnamento di educazione sessuale. In Italia c’e’ una proposta di legge che introduce un trattamento speciale per le vittime di violenza per “odio sessuale” (qui Hate Crimes). Ma in tutti questi casi non c’e’ mai stato un comportamento violento da parte di chi si oppone al matrimonio tra persone dello stesso sesso. L’istituzione del matrimonio, presso tutte le culture, comprese quelle che prevedono la poligamia, e’ sempre stata posta dalla societa’ a garantire le unioni che la mantengono vitale tramite la possibilita’ di procreare. Ogni societa’ – non solo quella di cultura ad impronta cristiana – garantiva speciali protezioni perche’ speciale era quel tipo – e solo quel tipo – di unione tra adulti. Ogni altro tipo di relazione aveva nomi e garanzie diverse, spesso solo a carattere privato. Oggi chi anche solo esprima idee tradizionali rispetto al “matrimonio gay”, paga pesantemente; mi chiedo a questo punto: ci sara’ mica bisogno di una legge in materia?

C’è così tanto di sbagliato in questa lettera che non si sa da dove cominciare. Non c’è nessun “trattamento speciale” ma una estensione dell’aggravante già prevista per le violenze motivate da odio razziale alle violenze motivate da odio omofobico. Non mi risultano reazioni “violente” alla Maniif pour tous, di cui alcuni simpatizzanti hanno commesso violenze contro  omosessuali. Si vuol far passare il dissenso, anche espresso vivacemente, per violenza? Al solito, gli omofobi cercano di rivoltare la frittata, facendosi passare per perseguitati 

 

Pubblicato da: rainbowman56 | 9 aprile 2014

Colloqui di lavoro e stato interessante, da Italians

http://italians.corriere.it/2014/04/08/colloqui-di-lavoro-e-stato-interessante/

Ricevo una chiamata, molto attesa e molto temuta. Attesa perché mi comunicano che sono arrivata alla fase finale dell’iter di selezione per un lavoro importante in una grande multinazionale. E’ un’ottima opportunità, visto anche che la mia attuale azienda è in crisi. E’ inoltre una soddisfazione personale grande, infatti la consulente della società di selezione mi ha detto che questa ricerca è aperta da tanto e in pochi sono arrivati a questo punto. Temuta, perché dopo aver cominciato l’iter, ho scoperto di essere incinta. Io e mio marito lo cercavamo da un po’ e finalmente è arrivato. Parlo a questo punto con lui dell’opportunità di andare a fare questo colloquio o se, vista la situazione, rinunciare perché penso si tratti di una perdita di tempo. Lui mi convince, dicendo che sono la persona giusta per quel lavoro, che sicuramente non si lasceranno sfuggire una persona come me, che è una azienda straniera e queste cose non le guardano (“vedi Yahoo”, mi dice) e poi “la selezionatrice e futuro capo è una donna, vuoi che faccia simili discriminazioni?”. Ci vado. Il colloquio va benissimo, sono assolutamente la risorsa giusta per questo lavoro. Inoltre mi dimentico assolutamente del mio “stato” durante la conversazione. Me lo ricorda la mia selezionatrice a fine colloquio quando fa: ”Sa, adesso abbiamo un grosso problema di “workload”. E’ il problema di avere tante donne nel team. Ormai quando qualcuna mi dice che deve parlarmi in privato le rispondo ‘Non dirmi che sei incinta!’. Infatti, le dico sinceramente, ci ho pensato molto prima di chiamarla perché avrei preferito un uomo”. Temo adesso di ricevere una chiamata in cui mi faranno una proposta economica, alla quale risponderò “E’ un problema se sono incinta?”. Mi chiedo quando la si smetterà di parlare di quote rosa e si comincerà davvero a dare la possibilità alle donne valide di poter fare la carriera che meritano, e alle aziende di assumerle.

Roberta Banfi,

Grazie della testimonianza, Roberta.  La questione è vitale – per la società, per le donne, per l’economia – ma se ne parla poco. Alcune pratiche sono francamente vergognose, oltre che illegali. Per esempio quella di far firmare dimissioni in bianco, che il datore di lavoro tirerà fuori al momento della gravidanza della dipendente.

 

Mettiamola così: un’azienda (un imprenditore, un professionista, un capo) deve anche essere generoso. Non c’è dubbio che una gravidanza complichi un po’ le cose, in un ufficio o un una piccola azienda (sostituzioni, nuovo personale da formare etc): basta avere la serenità e il coraggio di affrontare la nuova situzione. L’attenzione verso una donna  in un momento così non è solo richiesta dalla legge, ma anche dalla coscienza: il mondo, senza bambini, non va avanti.  Allontanare – o rinunciare – a una ragazza perché incinta è una piccola infamia.

 

Consapevoli di questo, le giovani donne italiane non devono accettare compromessi. Sei il capo del personale dà in escandescenze alla notizia di una gravidanza, quella è una azienda in cui NON  bisogna stare. So bene che molte donne sono costrette, e in questo mercato del lavoro non possono scegliere. Però convincersi dei propri diritti è il primo passo per farli rispettare.

Coraggio, “difensori della Famiglia”! Ecco una degna causa per cui battervi! Care Sentinelle in piedi, perchè non manifestate contro le infami lettere di dimissioni in bianco in caso di gravidanza? Ecco un VERO attacco alla famiglia! Coraggio, UCCR e Giuristi Cattolici, datevi da fare!

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