Pubblicato da: rainbowman56 | 11 aprile 2014

Io e Giuseppe sposati dopo 27 anni Storia di una coppia e di una vita normali


Io e Giuseppe sposati dopo 27 anni
Storia di una coppia e di una vita normali

 http://27esimaora.corriere.it/articolo/io-e-giuseppe-sposati-dopo-27-annistoria-di-una-coppia-e-di-una-vita-normali/

Una storia normale: mi piace pensare che quella mia e di Giuseppe sia prima di tutto questo. Capisco che per qualcuno non sia facile accettarlo, ma giuro che è proprio così, da ventisette anni. Da quando, a Firenze ci siamo incontrati per strada (in via Maggio, alle dieci del mattino, doveva essere la fine di febbraio) davanti al negozio di un comune amico antiquario («io che sto sempre sulla porta, non me ne sono accorto»).

Uno sguardo, un saluto: «Pensavo che fossi americano» mi avrebbe poi confessato e invece venivo da Fiesole. Poi l’invito a accompagnarlo su un cantiere: invito accettato senza tentennamenti, sarà stata la mia passione per l’architettura. Certo la testata contro lo stipite della porta, in quella casa in costruzione, avrebbe dovuto mettermi in allarme, così almeno dicevano gli amici (invece era solo la mia innata goffaggine), ma così non è stato: dopo il cantiere, la trattoria e infine l’invito a raggiungerlo a Milano nel fine settimana. Detto fatto. E tutto è cominciato.

Normale, dunque, ma non certo facile. Ognuno di noi ha portato in questa storia un passato complesso. Giuseppe dopo la laurea in architettura si era stabilito a Chicago, già lavorava e insegnava, ma la morte del fratello l’aveva riportato a Grosseto, a occuparsi dell’azienda di famiglia: Firenze era in fondo solo una tappa, l’inizio della sua carriera accademica come assistente di Giovanni Klaus Koenig (poi sarebbe venuto il Politecnico di Milano), l’apertura del primo studio. Io stavo cercando ancora la mia strada mentre mia madre continuava a ripetermi «per me giornalista o giornalaio sono la stessa cosa».

Più volte ci siamo detti: siamo stati fortunati, erano gli anni della promiscuità, quelli che avrebbero anticipato il triste momento dell’Aids. Invece sono stati gli anni della stabilità, inseguita a tutti i costi: una casa da dividere e due mondi lavorativi per fortuna lontanissimi, l’architetto con il suo studio e io che finalmente ero stato ammesso alla Scuola di giornalismo della Luiss (due anni, cinque giorni su sette, in treno da Firenze a Roma e ritorno, per non perdere un giorno di corso). A fare da collante ci sono stati (fin da allora) gli amici. Sono loro, i milanesi come i grossetani, i veneziani, i genovesi che in qualche modo ci hanno insegnato il valore della (nostra) normalità: Alessandro, Paolo, Piccia, Sandro, Titta, Nicoletta come Stefano, Andrea, Giuliana, Stefano, Roberta, Sergio come Cristina, Gianni, Stefania, Piero, Antonio, Marco. Nessuno ci ha mai chiesto conto della nostra storia, per loro siamo stati sempre Giuseppe e Stefano (o viceversa dipende dalla confidenza) facendoci diventare parte di un universo fatto anche di matrimoni, di battesimi (i loro figli sono un po’ tutti nostri nipoti, da Bianca la figlia di mio fratello Luigi ad Andrea, Virginia, Caterina e Maria Giulia fino ai suoi assistenti di studio), di vacanze condivise.

Come in tutte le storie, tante cose ci dividono: io amo la tv, Giuseppe l’opera; io non so cucinare, Giuseppe spadella in continuazione; io amo il dolce, Giuseppe il salato. E anche il nostro reciproco lavoro continua a tenerci per fortuna distanti. Due mondi separati che nel 2012, Giuseppe mi ha chiesto a freddo di riunire (guarda caso eravamo ancora una volta a Firenze) con questo «matrimonio» (che metto tra virgolette per rispetto di chi non la pensa come me). Ho detto di sì subito, senza pensare. Perché era giusto, come credo che sia giusto che ogni coppia (etero, gay o altro che sia) abbia il diritto di condividere in pieno il proprio destino.

Come hanno detto subito di sì i trenta amici che ci hanno seguito a New York per la cerimonia: è stato «normalmente» bellissimo (c’era persino la statuina degli sposi, in versione riveduta e corretta, in cima alla torta) con repliche a Milano e in Maremma. Certo che l’ordinanza di Grosseto (grazie prima di tutto al nostro avvocato Claudio Boccini) sta sconvolgendo la nostra normalità: ne siamo felici (ieri il sindaco di Grosseto ha ordinato la registrazione dell’atto) ma ora vorremmo davvero un po’ di calma (c’è tempo per i ricorsi, noi siamo pronti a dare battaglia). Se penso però che, qualche anno fa, dopo un incidente stradale non mi hanno permesso di assistere Giuseppe perché «non facevo parte della sua famiglia», quella calma e quella normalità sono disposto a perderle. Da subito.

Commovente e nobile risposta agli schiamazzi delle cornacchie della CEI, i senza famiglia che pretendono di essere solo loroa decidere cosa è una famiglia!

Chi nega ad altri qualcosa che per se stessi è un diritto è un essere spregevole


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