Pubblicato da: rainbowman56 | 11 luglio 2012

Pro o contro l’uomo? di Ste­fa­no Ma­rul­lo


http://www.uaar.it/news/2012/07/09/pro-o-contro-uomo/

A vo­ler­si ci­men­ta­re in un eser­ci­zio di cros­sdres­sing po­trem­mo ben dire che agli oc­chi di un cre­den­te un cer­to atei­smo ra­di­ca­le, non di rado, pos­sa ap­pa­ri­re come ac­ce­ca­to da un bie­co ra­zio­na­li­smo ina­de­gua­to (per il mo­men­to, ci si per­met­ta la chio­sa) a dare ri­spo­ste ai gran­di mi­ste­ri del­la vita che pure la fede rin­via nell’al­dilà.

Dal pun­to di vi­sta de­gli atei co­lo­ro che cre­do­no ac­cet­ta­no il ri­schio di una scom­mes­sa so­ver­chian­te il cui gio­co, non ce ne ab­bia Pa­scal, non vale af­fat­to la can­de­la, e la cui vit­to­ria non è af­fat­to ga­ran­ti­ta; la fede nei suoi gra­di più ele­va­ti ri­chie­de not­ti oscu­re, spo­lia­zio­ne di sé e sa­cri­fi­cio dell’in­tel­let­to. Spe­ra­re con­tro ogni spe­ran­za rap­pre­sen­ta l’uni­ca di­men­sio­ne pos­si­bi­le di una fede sin­ce­ra e to­ta­le. L’ap­proc­cio kier­ke­gaar­dia­no al mes­sag­gio cri­stia­no come pura fol­lia, per quan­to in­di­ge­sto, ap­pa­re la sola, al­me­no a pa­re­re di chi scri­ve, scel­ta pos­si­bi­le a chi vuo­le av­ven­tu­rar­si sull’irto cam­mi­no di una fede che sarà tan­to più fe­con­da quan­to più sarà cie­ca.

Cer­to si do­vreb­be po­te­re im­ma­gi­na­re un mon­do in cui pro­fes­sar­si ateo o cre­den­te sia una sem­pli­ce sfu­ma­tu­ra, non più ri­le­van­te del­le pre­fe­ren­ze cro­ma­ti­che de­gli in­di­vi­dui. Sa­reb­be pen­sa­bi­le un ar­go­men­to in for­za del qua­le ta­lu­no po­treb­be far va­le­re la scel­ta a fa­vo­re del co­lo­re ver­de quan­to a pia­ce­vo­lez­za este­ti­ca ri­spet­to al blu o all’aran­cio­ne? Ma un mon­do sif­fat­to sa­reb­be da met­te­re nell’al­veo dei pii de­si­de­ri. In­ve­ro la fac­cen­da è ma­le­det­ta­men­te più com­pli­ca­ta. Atei­smo e cre­den­za sono in­trin­se­ca­men­te in­com­pa­ti­bi­li e ten­do­no per loro lo­gi­ca in­ter­na a “com­bat­ter­si”. Nel­la mi­glio­ri del­le ipo­te­si l’uno fun­zio­na da pre­am­bo­lo all’al­tro. Im­por­tan­te sa­reb­be, nel gio­co del­le par­ti, non con­si­de­ra­re ne­ces­sa­ria­men­te la “con­ver­sio­ne” da ateo a cre­den­te un pro­gres­so e ne­ces­sa­ria­men­te il pro­ces­so in­ver­so, lo chia­me­re­mo scon­ver­sio­ne, un re­gres­so. Dirò di più, da cre­den­te evo­lu­to­si ver­so l’atei­smo, un pri­ma­to as­sio­lo­gi­co all’atei­smo, con­tro la bo­ria di quan­ti, da cre­den­ti, con­si­de­ra­no que­sta con­di­zio­ne af­fet­ta da una qual­che man­can­za va si­cu­ra­men­te ri­co­no­sciu­to. La ne­ga­zio­ne atea in realtà è af­fer­ma­zio­ne del­la pro­pria li­bertà on­to­lo­gi­ca men­tre le re­li­gio­ni pro­li­fe­ra­no, so­ven­te, sull’in­di­gen­za riem­pen­do quei vuo­ti esi­sten­zia­li nel­le pie­ghe (e so­prat­tut­to nel­le pia­ghe) dell’uma­na con­di­zio­ne.

Non­di­me­no esi­ste un ter­re­no per atei e cre­den­ti en­tro il qua­le ap­pa­re dif­fi­ci­le ba­ra­re, l’uni­co pos­si­bi­le, for­se au­spi­ca­bi­le, ol­tre gli stec­ca­ti ideo­lo­gi­ci e fi­lo­so­fi­ci, su cui mi­su­ra­re prin­ci­pi e sen­si­bi­lità di cia­scu­no. In una pa­ro­la: Uma­ne­si­mo. Sta­bi­li­re, in fin dei con­ti, cosa e quan­to si pos­sa fare per af­fer­ma­re l’uomo (e la don­na, na­tu­ral­men­te), la sua di­gnità di es­se­re pen­san­te (ma­ga­ri solo per un er­ro­re di tra­scri­zio­ne del DNA che ne fa una scim­mia af­fat­to ori­gi­na­le, come vuo­le qual­cu­no) , la sua ca­pa­cità di pro­gre­di­re in ar­mo­nia con i suoi si­mi­li. Ma, con buo­na pace de­gli uma­ne­si­mi in­te­gra­li alla Ma­ri­tain, le re­li­gio­ni ma­ni­fe­sta­no in que­sto cam­po tut­ta la loro ine­lut­ta­bi­le am­bi­guità e la loro ir­re­di­mi­bi­le ina­nità. Non che non esi­sto­no epi­so­di di an­ti­u­ma­ne­si­mo come pro­pag­gi­ni im­paz­zi­te di una pro­spet­ti­va atea de­gna di que­sto nome. Pen­so ad au­to­ri qua­li Al­bert Ca­ra­co, che in modo sin­go­la­re rie­sce a con­ci­lia­re atei­smo e an­ti­u­ma­ni­smo, la cui let­tu­ra più at­ten­ta ri­man­da però ad uno gno­sti­ci­smo ateo che nel di­sprez­za­re la “mas­sa di per­di­zio­ne” (così chia­ma Ca­ra­co l’uma­nità) pre­fi­gu­ra al con­tem­po l’av­ven­to di un Uomo Nuo­vo che as­so­mi­glia va­ga­men­te all’Uber­men­sch di nie­tzschia­na me­mo­ria. Ma que­sta è un’al­tra sto­ria. Piut­to­sto il fa­na­ti­smo nel­le re­li­gio­ni più che un in­ci­den­te di per­cor­so ap­pa­re un de­sti­no con­sue­to alla loro in­te­gra­le af­fer­ma­zio­ne. By­pas­sa­re l’in­di­vi­duo per sa­cri­fi­car­lo sull’al­ta­re di leg­gi e ri­tua­li che poco han­no di uma­no e che, tra­dot­ti in pre­cet­ti di­vi­ni, non di­ven­go­no meno inu­ma­ni ma an­cor più di­su­ma­ni, è un ha­bi­tus che rema con­tro ogni uma­ne­si­mo. L’uomo ne esce umi­lia­to, la di­vi­nità si af­fer­ma come Mo­lok.

C’è una let­te­ra­tu­ra am­pia, spes­so sco­no­sciu­ta, che come car­rel­la­ta grot­te­sca non ha dav­ve­ro nul­la da in­vi­dia­re ai rac­con­ti più sor­pren­den­ti di un Mar­cel Mauss o di una Mar­ga­ret Mead. Ve ne pro­pon­go solo un as­sag­gio spa­zian­do su tre con­ti­nen­ti. Gli stu­dio­si di re­li­gio­ni ame­rin­die nar­ra­no de­gli Ana­sa­zi, un po­po­lo che abi­ta­va le re­gio­ni se­mia­ri­de del su­do­ve­st de­gli Sta­ti Uni­ti, il qua­le tra i pro­pri riti ne an­no­ve­ra­va uno di chia­ra ispi­ra­zio­ne scia­ma­ni­ca che con­si­ste­va nel­la de­for­ma­zio­ne in­ten­zio­na­le del cra­nio dei bam­bi­ni di ses­so ma­schi­le ot­te­nu­ta com­pri­men­do la par­te po­ste­rio­re del cra­nio dei pic­co­li tra le assi del­la cul­la. Tale rito sem­bra fos­se dif­fu­so nell’aria an­di­na. Fa­cen­do un sal­to di mol­ti se­co­li, nel No­ve­cen­to ap­pe­na tra­scor­so, in al­cu­ni pae­si dell’en­tro­ter­ra si­ci­lia­no, il rito del­la lin­gua a stra­sci­cu­ni era pra­ti­ca di rin­gra­zia­men­to dif­fu­sa e con­si­ste­va, per il de­vo­to che si ri­te­ne­va be­ne­fi­cia­to di una gra­zia, nel lec­ca­re (let­te­ral­men­te) il pa­vi­men­to di una chie­sa dal por­to­ne di in­gres­so fino all’al­ta­re in po­si­zio­ne pro­na. An­co­ra nel ter­zo mil­len­nio nel­le Fi­lip­pi­ne, il Pae­se più cat­to­li­co d’Asia, du­ran­te la Pa­squa cri­stia­na qual­che fe­de­le si fa in­chio­da­re (let­te­ral­men­te) sul­la cro­ce per ri­vi­ve­re la pas­sio­ne di Gesù. D’al­tron­de l’uso di bat­ti­to­ri a san­gue come pra­ti­ca pe­ni­ten­zia­le è tra­sver­sa­le alle gran­di (l’ag­get­ti­vo qui ap­pa­re quan­to­mai eu­fe­mi­sti­co) re­li­gio­ni. Si dirà che si trat­ta di ma­ni­fe­sta­zio­ni estre­me non di rado sfug­gi­te al con­trol­lo de­gli stes­si am­mi­ni­stra­to­ri del cul­to. Non si deve però di­men­ti­ca­re, ad es­se­re one­sti, che sul do­lo­ri­smo la Chie­sa Cat­to­li­ca ha fat­to le sue for­tu­ne e la sua fab­bri­ca dei san­ti vede, non di rado, stig­ma­tiz­za­ti e pe­ni­ten­ti ele­va­ti a mo­del­lo di virtù.

L’an­ti­u­ma­ne­si­mo ti­pi­ca­men­te re­li­gio­so, at­ti­tu­di­ne a vi­li­pen­de­re la per­so­na nel nome di, ri­sul­ta tal­vol­ta più sot­ti­le e meno estem­po­ra­nea­men­te ri­but­tan­te. Di re­cen­te Be­ne­det­to XVI du­ran­te un An­ge­lus in cui ri­cor­da­va  le vit­ti­me del di­sa­stro­so ter­re­mo­to in Emi­lia (per le qua­li sia il pon­te­fi­ce che il Da­lai Lama non ces­sa­no di pre­ga­re lo stes­so dio, il mi­nu­sco­lo è d’uopo, che pro­ba­bil­men­te ha per­mes­so che ciò av­ve­nis­se) ha par­la­to di “Gesù sot­to le ma­ce­rie”. Po­te­va an­che es­se­re un’im­ma­gi­ne al­ta­men­te poe­ti­ca e, se vo­le­te, for­te­men­te evan­ge­li­ca. Eb­be­ne no. Il “Gesù sot­to le ma­ce­rie” non era l’ope­ra­io, la mam­ma, il bam­bi­no che non è riu­sci­to a met­ter­si in sal­vo. Era Gesù sa­cra­men­ta­to, l’eu­ca­ri­stia che non si è po­tu­ta sal­va­re dal crol­lo del­le chie­se. E’ trop­po con­si­de­ra­re que­sta bla­sfe­mia, sep­pur prof­fe­ri­ta da un pon­te­fi­ce? E’ trop­po ve­der­vi un caso per­fet­to di an­ti­u­ma­ne­si­mo in­sul­tan­te per le vit­ti­me di quel­la tra­ge­dia? Il Gesù dei van­ge­li ir­ri­de­va quel­li che am­mi­ra­va­no la mae­sto­sità del tem­pio di Ge­ru­sa­lem­me di­cen­do che sa­reb­be crol­la­to ri­ma­nen­do pie­tra su pie­tra dan­do al con­tem­po pri­ma­to al “cor­po”, tem­pio del­lo spi­ri­to.

Spes­so si par­la, ozio­sa­men­te, del­la co­sid­det­ta in­ver­sio­ne dell’one­re del­la pro­va. Sei tu, cre­den­te, che devi dare ra­gio­ne di ciò a cui cre­di e non io, ateo, a do­ver­ti giu­sti­fi­ca­re la mia mi­scre­den­za. Que­stio­ni di lana ca­pri­na. Si trat­terà, piut­to­sto, uni­ca­men­te di di­mo­stra­re, od al­me­no mo­stra­re, cosa di buo­no, di bel­lo, di uti­le si pos­sa fare per il ge­ne­re uma­no per sal­var­lo dell’estin­zio­ne. Non esi­ste lai­cità o teo­lo­gia che val­ga fuo­ri di que­sto im­pe­ra­ti­vo eti­co. E se i tan­to vi­tu­pe­ra­ti atei, che “non sono to­tal­men­te uma­ni” (così dice il car­di­na­le Cor­mac Mur­phy-O’Con­nor) fan­no me­ri­to del loro esi­zia­le di­fet­to di met­te­re l’uomo al cen­tro al po­sto di Dio, at­ten­dia­mo che le re­li­gio­ni tro­vi­no una for­mu­la per con­sen­ti­re all’in­gom­bran­te di­vi­nità di non schiac­cia­re l’uomo e la sua li­bertà.

Sa­pe­re poi se l’ani­ma è in­fu­sa al mo­men­to del con­ce­pi­men­to o se lo Spi­ri­to pro­ce­de dal Fi­glio ol­tre che dal Pa­dre, è ne­ces­sa­rio al­me­no, per dir­la con Ar­thur Blo­ch, quan­to la bi­ci­clet­ta ad un pe­sce.

 


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