Fra trilogie e saghe, la conclusione di una storia è la parte che lascia più a desiderare, nella fantasy e fantascienza ma non solo. Raccogliere le fila, con una soluzione narrativamente valida, sembra troppo difficile. Abbiamo così:
-Il finale Deus ex Machina. Un colpo di scena risolve tutti i problemi, tagliando intricatissimi nodi gordiani da cui l’autore non sa più come trarre i personaggi. Se fatto bene, è ancora accettabile.
-Il finale “Non si sa mai che mi chiedano un seguito”. Il cattivo è sconfitto, ma resta il dubbio che stia preparando la rivincita. Il problema è risolto, ma lo è del tutto? Va bene per un singolo romanzo, non come fine di una serie di sei tomi.
-Il finale “Accidenti, domattina devo consegnare all’editore!” Sono quei finali così affrettati e stringati che danno l’impressione di essere stati scritti la notte prima della scadenza dei termini di consegna.Particolarmente irritante quando invece l’introduzione era lunga e complessa.
- Il finale “Mo’ la pianto, me so’ stufato”. Il romanzo non finisce: si interrompe, fili narrativi penzolanti nel vuoto, come un viadotto incompiuto. Esempio famigerato, “Il petalo cremisi e il bianco” di Michael Faber.Ancora che non si è interrotto a metà parola.
Infine, il romango lunghissimo tagliato a tranci, In questo caso si hanno due o più tomi che non sono altro che spezzoni di una storia molto, molto lunga.Che spesso non ci avrebbe perso niente se fosse stata più concisa, con qualche centinaio di pagine di inutili digressioni e descrizioni in meno